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Di crocefissi e di ore di religione ‘alternative’

Ci voleva la corte europea dei diritti dell'uomo, per dirci l'ovvio. E una signora italo-finlandese testarda. Per ricordarci che nonostante il trattamento di estremo favore del quale gode la Chiesa Cattolica nel nostro paese i simboli religiosi nelle scuole pubbliche non ci devono stare. Perchè, se da un lato abbiamo i Patti Lateranensi, dall'altro le intese con molte confessioni religiose (tra cui l'Unione Buddista Italiana, i testimoni di Geova o l'Unione induista, per dirne alcune) sono bloccate da troppi anni, in attesa della ratifica del parlamento, lasciando così disatteso l' articolo 8 della costituzione che prevede che i rapporti tra lo Stato e le confessioni religiose diverse dalla Cattolica siano regolati mediante Intese. Intese mancate che, per queste confessioni si traducono, banalmente, anche nel non poter accedere alla ripartizione dell' 8 mille.

A me la storia del crocefisso in classe fa venire in mente la scuola media. E la famosa ora di religione. Perchè, in prima media, i miei genitori avevano deciso che non avrei seguito la lezione, però sarei rimasta a scuola. Dunque niente uscita anticipata ma ora di 'alternativa'. Veniva soprannominata così, con un nome controcorrente di per sè. (Che oggi Bersani ritira fuori, ma è un'altra storia)

A fare 'alternativa' eravamo Tanya, Samah e io. La prima ebrea, la seconda musulmana. Tutti i compagni mi chiedevano cosa fossi…E io dicevo, perplessa, che non ero di nessuna religione. Alcuni pensavano che appartenessi ai testimoni di Geova, quelli che non si facevano fare le trasfusioni…

Restava da decidere cosa fare nell'ora alternativa. Noi 3 ragazzine di 11 anni, ancora vestite in tuta da ginnastica, e la Prof. di Italiano. Avremmo letto i giornali, parlato di quello che succedeva nel mondo.
Il giorno dopo Samah venne a scuola il Corriere della Sera, Tanya con il Messaggero. Io senza pensarci presi a casa il Manifesto, che arrivava in abbonamento, e lo portai in classe.
Il 'mio' giornale, però, non venne ammesso. 'Non è un quotidiano', mi dissero, 'ma un giornale politico. Noi vogliamo commentare i fatti in modo neutrale, questo, invece, ne dà una lettura 'di parte'.

Ve la faccio breve. Intevennero i tostissimi Genitori democratici. Telefonate al preside, lettere. E con un po' di fermezza tutto si sistemò. Il famigerato quotidiano comunista entrò a scuola. E così per tre anni io, un'ebrea e una musulmana abbiamo fatto lo stimolante esercizio di confrontarci su un milione di cose, a partire da culture e visioni del mondo diverse, leggendo la stessa versione di un fatto su tre differenti giornali. E ogni settimana quell'ora è stata un'alternativa preziosa per davvero. Una scoperta continua.

Fosse solo per questo piccolo episodio la scuola pubblica andrebbe difesa più di ogni altra cosa. Ripartiamo da lì.