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Le mille luci dei Micropride illuminano la rete

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Si chiamano Micropride. E il nome ne descrive il carattere quasi intimo e la forza militante. Stanno nascendo in tutta Italia (Roma, Torino, Firenze, Bologna, ecc.) sotto la sigla 'We have a dream'. Presidi stanziali o cortei promossi contro il clima omofobo e intimidatorio che si respira nei confronti dei cittadini gay, per chiedere sicurezza e estensione dei diritti civili (la piattaforma politica è quella del Pride).

La stampa mainstream ne ha parlato poco tranne qualche eccezione (Zetavu su Repubblica.it ha scritto un articolo molto attento). Ne dà, invece, un grande risalto la rete, con un flusso di immagini, video, resoconti in diretta. E soprattutto la raccontano i social network. Lo spazio semi-privato delle nostre reti online di relazioni sociali si popola infatti, per questa come per altre battaglie civili (il testamento biologico è stata una delle più notevoli), di tanti lumini virtuali che, attraverso le foto dei profili e le singole storie di vita raccontano, come in un flusso continuo, la genesi di movimenti nati dal basso.

Alcune considerazioni sparse.

In primo luogo la tecnologia riscalda. In particolare quando incontra bisogni identitari/espressivi accende e moltiplica. (E infatti chi ha affisso a Roma il manifesto omofobo auspicando che i leoni sbranassero i gay scesi in piazza ha semplicemente ridato forza a una comunità).

E in particolare sono i social network, in questo caso Facebook (ma anche le foto pubblicate su Flickr) a mostrare con chiarezza la forza dei social media come piattaforme di autorappresentazione. Soprattutto – è questo il  caso – quando l'adesione pubblica a una manifestazione è di per sè un gesto politico importante, che manifesta pubblicamente una vicinanza rispetto ad una battaglia o, in molti casi, rende visibile un'appartenenza a una comunità.

Un tempo avremmo parlato di cyberattivismo, oggi raccontiamo come i legami tra mondo della rete e le piazze cittadine passano anche per i social network dove mondo on e off line si rimandano a vicenda. In qualche modo su Facebook stiamo assistendo a tanti coming out collettivi, dove un post, l'invito a partecipare a una manifestazione spontanea, la propria foto di manifestante taggata e pubblicata sul  profilo e diffusa con con un click ai 300 'amici' online (amici, ma che conoscenti, colleghi di lavoro) vale quando – o in alcuni casi di più? – di un cartello messo in piazza.Insomma, tutto il contrario delle semplici adesioni alle petizioni online dove un click, si è fatto notare, serve a esprimere una sensibilità a un tema ma si ferma li'.

La differenza, infatti, è che – soprattutto nel caso dei Micropride – sono coinvolti in primo luogo i corpi di chi manifesta. Insomma, la libertà di scegliere – perchè di questo si tratta -  è prima rivendicata con il corpo, poi espressa in rete, vissuta nelle piazze riappropriandosi dei luoghi cittadini e infine raccontata nuovamente online. Un ciclo da studiare, perché è inclusivo, allarga e costruisce opinione pubblica.

Infine, una nota a margine. Piccoli manifestanti crescono e imparano a conquistare l'attenzione dei media giocando con le loro stesse armi. Emerge, infatti, nei fenomeni grassroot un uso sempre più consapevole del mezzo: comunicati stampa diffusi in modo capillare, foto uploadate in diretta, video  montati da mani esperte. Un tentativo di costruire l'agenda dal basso che ogni tanto, nonostante tutto, riesce a fare notizia.