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Perchè la nostra ‘bellezza’ non basta a salvarci

Forse l'arretramento delle sinistre riformiste in quasi tutta Europa dovrebbe farci sentire meglio, aiutarci ad uscire dalla rassegnata considerazione che "un governo come il nostro non ce l'ha nessun Paese civile".
Eppure mal comune mezzo gaudio qui non funziona proprio.

Stando all'estero da qualche mese avverto una sensazione che, con il passare del tempo mi è diventata più chiara.

Fino a qualche anno fa, bastava dire 'Italia', 'Roma' per suscitare nell'interlocutore straniero – oltre ai luoghi comuni mafia e spaghetti -, anche un gran diluvio di apprezzamenti per la cultura, il mare, il bel tempo e il bel canto. 'Come si sta bene, amo l'Italia, Roma: so beauuutiful!!'.

Adesso l'equazione non funziona più.

In primo luogo nel turismo. Tanti tanti paesi hanno capito, e bene, cosa vuol dire accogliere il turista. E lo fanno nel migliore dei modi. Sono sicuramente meno dotati di capitale culturale di noi, ma quello che hanno lo valorizzano, lo mettono in rete, fino all'ultima briciola. E funziona. Provate ad andare a Tallin, Estonia, per credere. Area portuale, imbarco/sbarco passeggeri da sogno. Sembra la Svizzera. Città pulitissima, parlo del centro storico che ho visto, e lo stesso si può dire di Helsinki. Poche cose, ma tenute bene. Valorizzate, amate.

E del diverso trattamento i turisti se ne sono accorti. Il sugo annacquato al limite della denuncia che ti propinano in certi ristoranti di Roma non funziona più e neanche i doppi prezzi segretamente diversi per turisti e per gli italiani nei bar di San Pietro in Vincoli . A fare una buona pasta stanno imparando tutti. E allora si perde l'ennesimo treno. Si arretra.
Ora ti dicono: 'Ah, sì, ci sono stato a Roma. Bella, sì.' Ma subito dopo arriva il disappunto per i trasporti che non vanno, la città sporca, i servizi che non sono in inglese manco se ti ammazzi, i tassinari che imbrogliano sul prezzo. Insomma, la sensazione è che arretriamo, anche nell'immaginario, quello che ci ha reso famosi nel mondo.

Per non parlare della politica.

Una ragazza afro-americana di New York mi ha chiesto che ne pensavamo in Italia di Obama. Le ho raccontato tutto: il grande entusiamo, l'ex-sindaco de Roma che diceva 'Si può fare', la nottata passata ad attendere i risultati elettorali, le urla di gioia per la vittoria. Poi è venuta fuori la battuta di Berlusconi sull'abbronzatura. E lei mi ha detto 'Eh si', me lo avevano detto che l'Italia è uno dei paesi più razzisti di Europa'. Punto.
Perchè, anche qui, non vale più l'escamotage di smarcarsi, di dire 'Berlusconi? Non ci rappresenta'. E invece no, noi, come Paese, lo votiamo da 15 anni. Questo abbiamo e questo ci viene riconosciuto. Distinguersi non funziona più. E la vecchia domanda 'Come mai voi italiani votate Berlusconi?' non se la fa più nessuno.