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‘Tu non capisci gli incubi dei pesci rossi’

Copmjc L’altra sera al Circolo degli Artisti erano in concerto un gruppo con un nome che più metropolitano non si può. Luci della centrale elettrica. Un nome che richiama la città industriale, le prime fabbriche, lo stupore di fronte alla rapidità del moderno, lo splendore dell’elettricità. Quelle centrali elettriche che sono belle da morire anche da dismesse, se visitate con occhi postmodermi, come la Centrale Montemartini di Roma, dove tra immense turbine sono esposte sculture di epoca romana ed ellenistica.
Luci della centrale elettrica (LDCE) ha alla voce a alla chitarra un ragazzo che si chiama Vasco, romagnolo di Ferrara. Un poeta che canta le periferie della provincia industriale fatte di arterie autostradali, di droga che circola, di cavi elettrici che percorrono distanze oceaniche che non riescono a colmare il vuoto che si ha dentro. Il cielo che copre le spiagge deturpate (nome dell’album) è livido e coperto dal fumo delle ciminiere.  I testi ricordano Rino Gaetano, citato con un lungo omaggio a fine concerto con la litania finale del cielo è sempre più blu, urlata e distorta come un ossessione quando dice ‘ Chi muore al lavoro’ (era il giorno stesso delle 6 morti sul lavoro a Mineo e la ferita bruciava come le esalazioni tossiche).
Giorgio Canali alle chitarre arricchisce una musica fatta da frasi melodiche rimodulate, prima distorte poi urlate. LDCE è una voce di quella che chiamano la generazione X che qui può solo tentare di scuotersi, raccontarsi attraverso l’assenza: "Che cosa diremo, ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero?"